Anagrafe dei bit: nominare il materiale bibliografico

Trovare è possibile. Se ad esempio cercate un articolo o anche un libro, potete trovarlo nella biblioteca digitale dell’INHA; scaricarlo tramire Persée (se è tratto da La Revue de l’Art, per esempio; scoprirlo su Revues.org o su Gallica, della Bibliothèque nationale de France. Se siete disposti a pagare o se qualcuno lo fa per voi, potete pure servirvi di JSTOR o del British Newspaper Archive, nuovo e presentato da Anthony. Trovare sembra, più che possibile, proprio facile, visto che è anche possibile recarsi fisicamente in una biblioteca, consultare i testi necessari e talvolta portarli pure via, prendendo appunti quando e quanto più conviene.

E poi? Come per le fotografie, bisogna porsi la domanda di che nomi dare ai documenti che, tutti questi ritrovamenti hanno generato! E la risposta è tanto più importante che, dopo avere trovato, troppo facile è perdere i reperti nei meandri di un disco fisso non organizzato a dovere.

La soluzione cui sono approdato è semplice ed adotta sempre la stessa formula COGNOME AUTORE ANNO – Titolo del testo, che si tratti di un libro (BLUNT 1954 – The Drawings of G.B. Castiglione & Stefano della Bella, in the Collection of Her Majesty the Queen at Windsor Castle), di un articolo (MASSAR 1968 – Presenting Stefano della Bella), di un catalogo di mostra (BJUSTRÖM, LOISEL, PILLIOD 2002 – Drawings in Swedish Italian Drawings, Florence, Siena, Modena, Bologna), o di atti di un convegno (RABEYROLLES-DESTAILLEUR 2006 – Hyppolite Destailleur (1822-1893)- architecte-collectionneur).
È tra l’altro questa stessa formula ad aprire il documento in caso si tratti di qualcosa che ho prodotto io stesso, di appunti presi da me, e la formula è poi seguita dal riferimento bibliografico completo del testo in questione. Completo, sì, perché è proprio al riferimento bibliografico abbreviato, all’americana che si rifà la formula che ho scelto, ma arricchita dal titolo del contributo, perché gli elementi che lo distinguono ed identificano siano di più e più evidenti.
Riproporre all’inizio di un documento il riferimento bibliografico completo di quello che segue permette, in caso sia necessario, di potere copiare rapidamente l’indicazione per riutilizzarla là dove serve (se non si usano dei programmi, per gestire la bibliografia).

Una soluzione semplice, che mi soddisfa. Quasi. Il problema non è tanto il fatto che non sia possibile, nei nomi dei documenti di Mac OS X, inserire i due punti (che andrebbero messi dopo le date di Destailleur, nel contributo segnalato sopra) e che ho deciso di sostituire con un trattino, quanto che non so come inserire delle parole chiave: voglio che siano nel titolo del documento e non nei metadati, affinché siano validi anche al di fuori del sistema operativo che uso al momento (una biblioteca si costruisce per la vita!). Avevo pensato, per un momento, di inserirle tra parentesi quadre, dopo il titolo, con abbreviazioni, se possibile: [SBD] per Stefano della Bella, [LL] per Lorenzo Lotto, [Rosso] per Giovanbattista Romolo di Jacopo di Guasparre, Rosso Fiorentino (e non dite che Rosso non è un’abbreviazione!) e via dicendo. Una soluzione che non mi ha convinto: in caso della Bella e Lotto siano nello stesso documento, dovrei scrivere [LL, SDB] o [LL][SDB]? Solo il secondo caso, infatti, mi garantisce la possibilità di potere ritrovare tutta la bibliografia di Lotto che ho cercando [LL] (e quindi di creare delle cartelle intelligenti con questo criterio). Oppure dovrei ispirarmi a Twitter ed adottare il diesis, #LL#SDB?

Ricevo consigli ed idee con piacere: ancora mi interrogo, al riguardo la soluzione che mi piaccia ancora non l’ho trovata.

La biblioteca dell’INHA, meglio virtuale che reale?

Non è solo perché si trova in centro, di fronte all’istituto in cui hanno quasi tutti lezione, che gli studenti ed i professori di storia dell’arte prediligono la Bibliothèque de l’INHA, è anche perché si tratta oggettivamente di una tra le collezioni più importanti per la disciplina (molto meno fornita per l’archeologia) della città. Un domani, grazie alla fusione con altre collezioni, sarà anche più completa, ma oggi è una biblioteca che impone assurde limitazioni talvolta poco facili da tollerare: i posti a disposizione sono pochi; non è possibile avere internet sul proprio computer; solo una parte molto ristretta della collezione è in libero accesso; si possono chiedere solo dodici volumi al giorno, sei per ogni mezza giornata, ma non più di tre per volta; da mezzogiorno all’una (se non erro) non si possono fare fotocopie.

Eppure i servizi offerti da una biblioteca possono non limitarsi a quelli che ospitano le sue mura (è alla radice dell’idea della biblioteca pervasiva di cui parla Enrico Francese qui e poi di nuovo qui). L’Institut National d’Histoire de l’Art si è per esempio lanciato in una campagna di digitalizzazione dei suoi fondi che avanza con costanza e che inizia a fornire risultati interessanti (e necessari, dato che consultare i suoi fondi patrimoniali è, talvolta, estremamente complicato). Non avete trovato posto alla biblioteca dell’INHA, è già chiusa, è troppo lontana? Approfittate della biblioteca digitale e seguite i suoi progressi mensili.

Spostare bit, senza e-pistole

Qualche giorno fa ho visitato il Gabinetto dei disegni del Musée des beaux-arts et d’archélogie Besançon che conserva un numero ragguardevole di opere: fra tante, per mia fè, v’è qualche cosa anche per me. Le caratteristiche del luogo sono la temperatura (bassa!) della sala studio, la grande cortesia di Ghislaine Courtet, documentaliste1, e la postura atipica del museo nei confronti delle fotografie. Non ostante alcune piacevoli sorprese, tra gli altri il Metropolitan Museum, le fotografie delle opere vengono viste come un capitale da difendere piuttosto che una risorsa da offrire. Da Besançon, invece, ho ricevuto alcuni mesi fa, le fotografie delle opere che mi interessavano, ad alta definizione: 359 Mb in tutto.

Considerato che si tratta di dimensioni che escludono la possibilità di utilizzare la posta elettronica (che di solito limita ad una o due decine di Mb la taglia degli allegati) mi è parso (sì, è da tempo, alcuni mesi, appunto, che questo pezzo giace nel mio archivio in attesa di essere portato a termine) che si trattasse di un’occasione utile per parlare delle opzioni per il trasferimento dei documenti informatici. Sicuramente un gran numero degli scambi di questo tipo avvengono ancora oggi per via e-pistolare (posta elettronica, appunto), eppure sono ormai presenti degli strumenti più efficaci allo scopo. Se questo resta ancora per molti lo strumento più immediato, esistono in effetti diversi punti a sfavore di questa soluzione: una situazione perfettamente riassunta in questa vignetta e nel suo commento celato.

Spedire documenti può essere complicato
Dal ben riconoscibile xkcd.

Prima di esporre alcune soluzioni alla questione, volevo segnalare perché, anche quando è possibile, usare la posta elettronica è ricorrere ad uno strumento non perfettamente adatto e con effetti collaterali sgradevoli. Quando, tramite una connessione internet, accedete alla vostra casella di posta, state interrogando un computer, un server di posta, perennemente acceso perché, in qualunque momento lo vogliate, quest’operazione, semplicissima, sia possibile. Non è tuttavia su un solo supporto che sono custoditi i vostri dati: se così fosse, quando il disco fisso su cui sono stati salvati si romperà (succederà, è solo una questione di tempo, e vale anche per il disco fisso del vostro computer: pensate prima di allora a salvaguardare i vostri dati), la vostra posta elettronica sarebbe irrimediabilmente persa. Per evitare questo, è su multipli supporti che vengono conservati i vostri dati (ed è così che ciascuno dovrebbe fare con i dati che non vuole perdere). È così che, moltiplicando le necessità di ogni cliente per il numero di clienti, le società che lavorano in questo settore arrivano a costruire delle strutture imponenti, con un cospicuo numero di server, perennemente accesi, e sistemi di raffreddamento per permettere loro di funzionare al meglio: i centri dati, o data center.
I data center sono considerati tra i maggiori consumatori di energia al mondo: si calcola che tra il 2 ed il 4 percento dell’energia totale consumata ogni anno nel mondo vada ad alimentare i data center e le strutture dell’IT (Information Technology) in genere, tanto che l’elettricità sarebbe la principale voce di spesa di Google e che ogni cinque anni il consumo di energia elettrica raddoppierebbe: uno dei numerosi motivi per cui la corsa alle tecnologie tra le nuvole, il cloud computing, non mi piace punto.

Ora, posto che, seppure spesso il servizio di posta elettronica è gratuito, ha un costo per il nostro pianeta, diventa importante prenderne coscienza ed agire coscenziosamente: non facendo crescere inutilmente il volume dello spazio occupato, per esempio, cosa che rischia di accadere, invece, usando la posta elettronica per trasferire dei documenti.
Inviando per posta elettronica un documento ad un altro indirizzo, questo passa dal vostro computer (1) al vostro server di posta, un altro computer (2), da lì va al server di posta del destinatario (3) e, infine, al computer del destinatario (4). Al crescere della capienza delle caselle di posta elettronica, si è persa l’abitudine di cancellare i messaggi vecchi che vengono ormai conservati in maniera praticamente definitiva, il che significa che i computer 2 e 3 conserveranno il documento (come abbiamo detto, copiato su più supporti), spesso senza che ve ne siano né utilità né necessità, mentre almeno uno di questi due passaggi può essere eliminato.

Se tutti usassimo più consapevolmente internet, tanta parte del suo contenuto attuale verrebbe meno, e non sarebbe necessariamente una perdita grave: internet, nel 2005, pesava solo 50 grammi, ma consuma, parrebbe, 40 miliardi di Watt (120 se si contano, oltre ai serve, anche i computer semplicemente connessi alla rete), per non parlare dell’occupazione del suolo2.

Tra non molto, conto completare l’argomento segnalando alcune delle numerose soluzioni percorribili per spostare bit.


  1. Gratitudine a chi mi segnalerà la corretta traduzione italiana. ↩

  2. Analogamente, sarebbe importante una maggiore consapevolezza del costo umano e sociale delle materie prime alla base di quasi tutta la nostra tecnologia informatica. ↩

Accorgimenti tecnici: indicare l’idioma

Sino a qualche articolo fa usavo mettere, a fianco di un rinvio, un’indicazione, tra parentesi quadre, che segnalasse in che lingua è il testo cui mi riferivo: un’idea mutuata dal blog di Tristan Nitot. Alla lunga, la pratica mi è risultata noiosa, apparsa pesante e non necessariamente utile, per cui ho deciso di abbandonarla e segnalare, invece, l’idioma, nell’etichetta. Come quale etichetta!? Quella che appare quando indugiate su un’immagine o su un rinvio ad una pagina internet e nella quale, talvolta, cerco pure di essere arguto!

Se qualcuno, ma ne dubito, si sentisse irrimediabilmente defraudato di una fondamentale zattera per la sua vita informatica, si faccia vivo e la questione verrà riesaminata.