Zeriuno trasloca

Un po’ perché non pienamente soddisfatto di WordPress.com, un po’ perché curioso di scoprire altri strumenti, ho traslocato il blog su di un’altra piattaforma. Ho lentamente costruito tutto il nuovo sito, con pazienza e con piacere, ed oramai è ad un livello decoroso per iniziare ad usarlo. Qualche problema resta (eventualmente segnalatemelo), a partire dall’assenza dei commenti: vi porrò rimedio, spero, presto.

Questa versione di Zeriuno resta in linea ma, salvo contrordini, non sarà più aggiornata, le mie prossime riflessioni saranno pubblicate su http://zeriuno.github.com.

iPhoto, una nota all’attenzione dei caparbi

Prima di scoprire le ignominiose pecche di iPhoto, sprizzavo fiducia nei confronti della vita e degli strumenti informatici. La biblioteca di iPhoto custodiva tutte le immagini che avevo acquisito per le mie ricerche, ed ad ogni tema di ricerca era dedicata una biblioteca: Stefano della Bella e Lotto avevano entrambi diritto ad un monolocale proprio, anzi ad un hôtel particulier, vista la mole dei dati. All’uopo, creavo una nuova biblioteca di iPhoto: all’avvio del programma bisogna premere alt, ed appare la schermata necessaria. Permette di scegliere tra diversi biblioteche o di crearne una nuova (e così funziona anche per iTunes, ma la quesitone non è pertinente).

In caso si usino più biblioteche fotografiche, al suo avvio iPhoto apre l’ultima aperta, ed analogamente si comportano iTunes ed altri elementi di Mac OS X: sarà l’ultima biblioteca ad essere sincronizzata su uno de i Cosi eventualmente connesso; sarà dall’ultimo insieme di fotografie che vorrà attingere il pannello delle preferenze Salvaschermo (ma una volta date le istruzioni, Salvaschermo vi si atterrà, indipendentemente dalle biblioteche aperte con iPhoto.
Che vogliate usare iPhoto facendogli ingurgitare il vostro archivio o no, queste indicazioni potrebbero tornare utili.

Due corsi per l’accessibilità

È stata pubblicata sul numero 13 della Gazzetta Ufficiale del 17 Gennaio 2004, la legge 9 Gennaio 2004, n.4, meglio nota come Legge Stanca. Potete leggerla qui, e, particolarmente se producete contenuti su internet, credo sia importante cercare di conoscerla; chi realizza, in tutto o in parte, siti per la pubblica amministrazione, è tenuto a conoscerla e rispettarla.

Io purtroppo non la consoco ancora abbastanza bene, né conosco a sufficienza le misure da adottare: chi fosse nella mia stessa condizione e volesse rimediare sappia che l’Università degli studi di Siena prepara due corsi su questi temi; dal comunicato stampa.

Accessibilità universale e progettazione per tutti, accessibilità universale e beni culturali per tutti: su questi temi si incentrano i due corsi di formazione promossi dall’Università di Siena, che avranno inizio il 2 marzo e che sono stati presentati questa mattina alla stampa, presso il Rettorato.
Patrocinati dal Comune di Buonconvento, dall’associazione Handy Superabile, dal Comune di Siena, dalla Fondazione Musei Senesi, dalla Scuola Edile Senese e dall’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili (ANMIC), i corsi, che vedono dunque il coinvolgimento di importanti enti attivi sul territorio, hanno lo scopo di inquadrare il corretto approccio al tema dell’accessibilità e del superamento delle barriere architettoniche e cognitive, e di approfondire la conoscenza e l’applicazione delle complesse normative in materia. La finalità è di promuovere e sviluppare la cultura dell’accessibilità, intesa anche come possibilità di superamento degli ostacoli all’interno di tutti gli spazi, anche di quelli espositivi, museali e in generale dedicati alla fruizione dei beni culturali.
“L’Università di Siena, attraverso strutture specifiche – spiega la professoressa Lucia Sarti, delegata del Rettore all’Accesso e frequenza studenti disabili, e direttore dei corsi di formazione – è da anni impegnata su questi temi. L’ufficio Accoglienza disabili, nell’ambito dei servizi agli studenti, e il Laboratorio dell’Accessibilità Universale, operano per l’inclusione degli studenti e delle studentesse con disabilità, promuovendo la cultura dell’accessibilità in Ateneo e sul territorio, anche grazie alla collaborazione con i suoi attori istituzionali. Questi due corsi di formazione, che si concentrano su due ambiti di particolare rilievo, sono un esempio di come sia possibile concretamente promuovere la cultura dell’inclusione sociale”.
Le lezioni dei due corsi, che avranno la durata di 12 settimane, si terranno presso il laboratorio dell’Accessibilità Universale di Buonconvento, il venerdì pomeriggio e il sabato mattina.
Requisito di accesso è il diploma di scuola secondaria superiore.
Le iscrizioni rimarranno aperte fino al 17 febbraio prossimo, secondo quanto previsto dai bandi pubblicati sul sito dell’Università di Siena www.unisi.it .
Per informazioni, tel. 0577 806172, 0577 232250, e-mail: uffdisabili@unisi.it, labaccuniversale@unisi.it

A proposito di accessibilità il nuovo sito del Polo Museale Fiorentino mi è parso una buona realizzazione; quello della Pinacoteca di Brera, invece, magraldo una dichiarazione di accessibilità, mi sembra manchevole. Questo sull’accessibilità: i contenuti, purtroppo, mi deludono in entrambi i casi.

Arriva ZotPad

Zotero era già stato citato in due interventi. Enrico Francese, da poco Mendeley Advisor, ricordava che in casa Zotero avevano negato di volere realizzare un programma per computer. Si sono smentiti tempo fa ed ora, oramai disinibiti, hanno pure realizzato una versione per iPad. Costa 4,99€ (occupa 1,2MB) e si trova qui.

L’applicazione, per il momento, non offre una piena capacità di azione: permette di leggere documenti (pdf, rtf, txt, csv, diversi tipi di immagini, documenti di Office e di iWork), che vengono scaricati sull’iPad (e sono quindi poi leggibili anche senza connessione). Non viene consentito, invece, di creare o modificare dei dati.

Una notizia breve (scoperta grazie a iGénération ed Anthony Nelzin) che mi ricorda, se ve ne fosse bisogno, che un articolo su Storie dell’arte aspetta una mia risposta

Correzione: puntuale, Sergio mi ha fatto notare che non si tratta di un’applicazione ufficiale, e questo mi ha dato modo di notare le altre soluzioni per usare Zotero su i vari Cosi, che sono segnalate su Zotero.org

iPhoto, una gestione proditoria dell’archivio

Se ho già affrontato delle questioni relative ad un archivio fotografico, non ho mai fatto accenni ad un programma per gestire l’archivio fotografico, eppure un programma l’ho usato, a lungo, e l’esperienza è stata determinante, per me. Non darò consigli su un programma da usare (in compenso sono lieto di riceverne), ma indicazioni su cosa non fare.

Si chiama iPhoto, un tempo parte del pacchetto iLife, fornito di serie insieme ad un Mac. Coerente con la logica della semplificazione messa in atto da Apple, iPhoto porta l’utente a focalizzarsi sui contenuti e gli toglie il controllo su faccende triviali come la gestione dell’archivio. Analogamente a quel che accade per iTunes, viene costituita una biblioteca, una scatola chiusa che, apparentemente, nessuno può aprire per accedere al contenuto tramite la navigazione per cartelle, a discapito dell’interfaccia di iPhoto1.

iPhoto, un pacco chiuso

I caparbi potranno sbirciare all’interno della scatola, e li aspetterà la conferma del fatto che la strutturazione del contenuto non è né pensata né utilizzabile per gli uomini.

iPhoto, Mostra contenuto pacchetto
Spacchettare e per sbirciare dentro ad iPhoto

Organizzazione delle cartelle e dei documenti nella biblioteca di iPhoto

Il perché appare chiaramente, scorrendo le colonne da destra verso sinistra. I nomi dei documenti, innazi tutto, sono quelli del momento dell’importazione nella biblioteca e non vengono influenzati dai nomi che si possono attribuire agli scatti all’interno dell’interfaccia utente di iPhoto, se in un caso il documento è stato importato dopo che gli avevo attribuito un titolo informativo (Stefano della Bella (1610-1664) – Deux personnes de pantomime, 6,8×9,3cm, plume et encre brune, PM 1778ENSBA), la situazione più comune è di ritrovarsi dei parenti prossimi di DSC_8052.NEF: cercare all’interno di un archivio composto da questo genere di documenti è impossibile senza fare appello al contenuto del documento, il che rallenta significativamente il processo di ricerca.
Secondo fattore da prendere in considerazione è la gerarchia di classificazione: anche qui iPhoto procede autonomamente. A meno non sia stata importata una cartella intera, i documenti vengono conservati all’interno di una cartella che porta una data, all’interno di una cartella anno, basandosi, se disponibili, sui metadati della fotografia: non ostante io l’abbia importata nella biblioteca nel 2010, una fotografia si trova nella cartella 2001, perché è nel 2001 che venne scattata (dal servizio fotografico dell’Ashmolean Museum).

Ma perché infastidirsi con tutti questi dettagli, effettivamente? Perché non servirsi dello strumento che è stato fornito e non preoccuparsi di come lavora?
Effettivamente importa come iPhoto arrangia i contenuti nelle sue viscere informatiche se posso raggiungere il mio scopo tramite l’interfaccia utente, ed a lungo per nulla tenevo in cale tutto ciò. È solo dopo che ho iniziato a preoccuparmene, dopo.

iPhoto, un pacco

Dopo che mi è capitato questo2.

Una fotografia assente all'interno di un album

Andare a vedere i disegni di Stefano della Bella alla Biblioteca Reale di Torino ha richiesto un certo impegno da parte mia: li ho studiati attentamente. Fortunatamente la direzione della Biblioteca è conscia dell’importanza della fotografia per gli studiosi e non ha dimenticato la sua missione prima, il servizio al pubblico, e mi ha permesso di fotografarli. È tollerabile che, a fronte di funzionari efficienti, di ricercatori che si fanno carico di trasferte, sia iPhoto a creare problemi?
Eppure questo è successo: iPhoto ha perso la fotografia. Non una, ma, nel mio archivio di lavoro su Stefano della Bella ben 40 immagini mancano all’appello. Poco più del 2%, su un totale di più di 1900 fotografie, percentualmente risibile, ma comunque assolutamente inaccettabile.

Un problema che è aggravato dalla costruzione della biblioteca di iPhoto: a poco mi servirà percorrere il mio disco fisso e le mie copie di salvaguardia alla ricerca di un documento che porti nel titolo Torino, Biblioteca Reale, visto che iPhoto aveva deciso di ricordare il documento come DSCN_più quattro cifre.

A lungo l’uomo è stato definito come l’animale capace di creare gli strumenti necessari per facilitare il proprio lavoro. Osservazioni del comportamento dei primati, hanno poi reso necessario raffinare i termini del discrimine ed hanno permesso di focalizzare un’altra capacità fondamentale dell’uomo, ossia la capacità di ragionare sugli strumenti di cui esso si serve e perfezionarli nel corso del tempo3.

iPhoto, imparare a vivere senza

Ho dovuto farlo. Per rispetto del mio lavoro e della specificità genetica del genere umano. Ho dovuto riorganizzare integralmente il mio archivio fotografico. Un lavoro un po’ titanico che mi ha preso giorni interi, che per certi versi ancora non è concluso, che mi ha fatto perdere le informazioni sulla localizzazione delle fotografie e le note che avevo registrato per ogni immagine (perché iPhoto non salva queste informazioni insieme alla fotografia).
La premessa non è allettante, me ne rendo conto, comunque, se anche voi volete rivedere l’organizzazione del vostro archivio, potete seguire i principi che ho già esposto sui nomi dei documenti, sulla gerarchia della classificazione, sulla doppia classificazione, sulla possibilità di rivederne gli elementi4.

Chi volesse sottrarre alle grinfie di iPhoto le proprie immagini può servirsi di alcuni programmi a questo scopo come ImageArchiver for iPhoto (Shareware, 10 dollari statunitensi), iPhoto to Disk (Shareware, 12,95 dollari statunitensi), che io ho usato senza avere bisogno di acquistare la versione completa, o iPhoto to Picasa Web Albums (versione dimostrativa, 19,95 dollari statunitensi): queste informazioni sono il frutto di una breve ricerca su MacUpdate incentrata su iPhoto export.

E dopo, come fare? Le fotografie, quando non è possibile farlo direttamente tramite il Finder, le importo con Anteprima.

Anteprima, Archivio, Importa da Fotocamera
L’opzione è attiva quando è collegata una macchina fotografica, ovviamente (una Fotocamera, ma perché la maiuscola, poi?)

Spesso navigo tra le cartelle con il Finder, talvolta apro ancora iPhoto: ho ricostruito una libreria importando tutto il mio nuovo archivio, ma con una precauzione.

iPhoto, Preferenze, Opzione Copia elementi nella libreria di iPhoto disattivata
Ho frenato l’appetito divoratore di iPhoto dalle preferenze ( Cmd , )

Una soluzione che è comunque un ripiego non soddisfacente: iPhoto costruisce un alter ego della biblioteca fotografica, e lavora su quello, il che introduce uno iato tra ciò che si visualizza e la banca dati.
Come dicevo all’inizio, cerco ancora il programma giusto. Una cosa è certa: vista la testimonianza di Tristan Nitot non userò Picasa.


  1. Lo so, ufficialmente si parla di libreria, sia per iPhoto che per iTunes. Perché? Perché ad oggi nessuno si è reso conto che libreria non è la traduzione corretta del falso amico inglese library: si vuole designare un punto in cui vengono accumulati i contenuti per la fruizione, non per l’acquisto (se sono sul mio computer, sono già mie, le fotografie). ↩

  2. Nota all’intenzione di chi, come già altri in passato, dubiti della veridicità delle righe seguenti: no, non ho fatto pasticci con le preferenze di iPhoto; sì, mi è successo con più librerie (ed in una ho perso molto più di 40 fotografie); sì, conosco altre persone alle quali questo è capitato; no, non sono un membro della Spectre. ↩

  3. Un evento che, rilevato dagli etologi, ha reso necessario ripensare la definizione dell’uomo è stata la pratica dei nostri cugini evolutivi di ricorrere a dei rami, selezionati in base alla foggia, spogliarli delle foglie e servirsene per farvi camminare degli insetti e nutrirsene.
    Ancora mi interrogo sul perché gli scienziati non hanno deciso di focalizzare le premesse della nuova definizione sui fattori gastronomici.
    Per l’edera accetto eventuali suggerimenti tipografici (ho sostanzialmente preso il primo carattere che ho trovato) e ringrazio David Bosman di avermi spiegato come giungere a questo effetto. ↩

  4. Grazie a Maurizio, che ha segnalato le sue soluzioni per l’organizzazione del proprio archivio iconografico. ↩

Phyllis Dearborn Massar

È per gradi che ho fatto la conoscenza di Phyllis Dearborn Massar: i suoi scritti, sobri e rigorosi; il ricordo che di lei si conserva, che illuminava occhi e sorrisi; le sue lettere, entusiaste e generose.
Di questo e di quel che poi ho potuto scoprire di persona, offrono un’eco alcune righe che ho scritto e che sono state gentilmente accolte su Storie dell’arte.

Accessibilità: contenuto alternativo

Cosa abbastanza rara per essere sottolineata (questa è l’ultima volta, promesso) nel mio ultimo articolo troneggiava un’immagine.
Non so quanti se ne siano accorti, ma all’immagine è attribuito un contenuto alternativo, frutto di attenzione per l’accessibilità digitale e di un’infarinatura avuta grazie a Magali Oualid ed al seminario Les TIC et l’art.
Per rendere pienamente accessibile il contenuto di una pagina internet è necessario, inter alia, attribuire un contenuto alternativo alle immagini in caso queste non abbiano un ruolo puramente decorativo ma siano vettori di contenuto. Come attribuire un contenuto alternativo ad un’immagine che non sia puramente testuale, trascrivendone una descrizione? Lavorando all’INHA, Magali Oualid si è posta la domanda e l’ha posta intorno a sé, senza riuscire tuttavia a trovare una risposta condivisa. La sua proposta è di trattare l’immagine sistematicamente come eccezione, nell’ambito della storia dell’arte, e non attribuirle contenuto alternativo, ed ha suggerito che l’argomento venga affrontato al forum europeo dell’accessibilità (26 Marzo 2012, Parigi). Se qualcuno dei lettori ha delle idee e competenze in merito, sappia che può essere prezioso, perché attualmente nessuno si è dichiarato pronto per tenere una relazione in merito: segno che una relazione è assolutamente necessaria.

Questa è anche un’occasione per un altro invito: se qualcuno visitando Zeriuno si serve di strumenti di accessibilità, me lo dica, e mi segnali le eventuali mancanze.